"Se sbagli ancora, ti sostituisco" - NON NEI PRIMI CALCI #2

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Nel 2º capitolo della rubrica NON NEI PRIMI CALCI, tocchiamo insieme un altro tema a mio avviso molto importante:
L’importanza e la gestione dell’errore.

Girando tra i campi vedo spesso, purtroppo, che il risultato viene messo in primo piano.
Di conseguenza, l’errore da parte del bambino finisce per essere vissuto male da tutti: istruttori, genitori e spesso anche dai bambini stessi.

Se però consideriamo che l’obiettivo di noi istruttori sia insegnare, e non semplicemente vincere le partite, allora l’errore può diventare il nostro più grande alleato.

Perché senza errore non c’è apprendimento.

Entrando più nel dettaglio, l’insuccesso è un evento necessario per maturare esperienza.
È proprio attraverso le esperienze – e i continui adattamenti che ne derivano – che avviene il processo di apprendimento.

Pensiamo ad esempio a un bambino che impara a camminare o ad andare in bicicletta.
Quante cadute, quanti tentativi e quanti piccoli “fallimenti” deve affrontare prima di capire come adattarsi e trovare una soluzione efficace.

Lo stesso principio vale anche nel calcio.

Nel calcio possiamo distinguere due principali tipologie di errore:
l’errore di natura tecnica e l’errore di scelta.

Errore tecnico
È legato all’esecuzione del gesto: un passaggio sbagliato, uno stop imperfetto, un tiro che non riesce come previsto.

Durante l’attività, quando un gesto non riesce, il cervello confronta continuamente gli esiti delle diverse azioni.
Le soluzioni motorie che producono risultati più efficaci vengono progressivamente “selezionate” e consolidate.

In questo modo, attraverso tentativi ed errori, il bambino migliora la qualità delle proprie esecuzioni.

Errore di scelta
Riguarda invece la decisione presa in una determinata situazione di gioco.

Il calcio è uno sport open skill, cioè uno sport caratterizzato da situazioni sempre variabili, imprevedibili e complesse.
Per questo motivo il bambino deve imparare a leggere il contesto e ad adattarsi continuamente.

Anche qui l’errore ha un ruolo fondamentale: attraverso esperienze di scelta sbagliata il giocatore impara gradualmente a riconoscere soluzioni più efficaci nelle situazioni successive.

In altre parole, ogni errore rappresenta un’informazione in più che aiuta il bambino a comprendere meglio il gioco.
Tutto questo ovviamente necessita che l’errore venga gestito da parte dell’istruttore.
Non ignorato, non accentuato, ma gestito.

In questo post condivido una riflessione sulla gestione dell’errore.

È semplicemente il modo in cui, nel tempo, ho imparato a viverlo e a gestirlo.
Non è una verità assoluta.

Se ti va, raccontami anche il tuo punto di vista.

Suddivido il tutto in 4 capitoli.

:one: DALL’ERRORE ALLA CONSAPEVOLEZZA
:two: METODO INDUTTIVO
:three: L’IMPORTANZA DEL SILENZIO
:four: CASI LIMITE

Iniziamo…

:one: DALL’ERRORE ALLA CONSAPEVOLEZZA

Personalmente do molta importanza alla consapevolezza, da parte del bambino, che l’errore non sia il male assoluto.
Anzi, è una parte importante del processo di apprendimento.

Già nei Primi Calci è possibile lavorarci, semplicemente mantenendo un atteggiamento positivo davanti a un errore.

I bambini ci osservano e ci imitano.
Ho sentito dire che le squadre, anche nell’attività di base, diventino lo specchio del loro istruttore.
Chissà se è davvero così…

Tornando a noi, una domanda che rivolgo spesso ai bambini dopo un errore di scelta è:
Avevi altre soluzioni?

Oppure:
Hai notato che questa cosa non sta funzionando? Prova a trovare altre soluzioni.

Da Agosto la parola “soluzioni” l’hanno sentita spesso.

Ultimamente, in almeno un paio di occasioni, è venuta fuori direttamente da loro:
Mister, devo trovare un’altra soluzione!
Ho trovato una soluzione diversa.

Se non è consapevolezza questa…
allora forse l’errore sta davvero insegnando qualcosa.

:two: METODO INDUTTIVO

L’errore, quindi, ritengo sia più efficace gestirlo attraverso uno stile non direttivo (metodo induttivo).

In questo modo si cerca di stimolare nel bambino la ricerca di soluzioni personali e autonome, proponendo domande che lo aiutino ad acquisire consapevolezza di ciò che sta imparando.

Ad esempio:

Cosa potevi fare in questa situazione?
In che altro modo potevi colpire la palla?

Così facendo non do direttamente la soluzione al bambino, che altrimenti eseguirebbe senza ragionare sul perché e sul come.
Cerco invece di accompagnarlo alla scoperta della soluzione.

Non è necessario ricevere una risposta verbale da parte del bambino.
A volte manca il tempo materiale per fornirla, ad esempio durante una partita.
Sta a noi, in situazioni successive, osservare se riesce a trovare un’altra soluzione da quella che precedentemente ha causato l’errore.

Spesso non esiste una sola soluzione giusta. L’importante è che il bambino inizi a ragionare sulle possibilità che ha a disposizione.

Qui sotto allego una semplice slide del progetto Evolution Programme della FIGC, in cui lo stile di conduzione dell’allenamento attraverso il metodo induttivo è uno dei principi cardine:

:three: L’IMPORTANZA DEL SILENZIO

Il silenzio è molto sottovalutato.

Culturalmente abbiamo idealizzato la figura dell’allenatore come una persona in tuta, con il berretto in testa, che grida e si agita continuamente fino a perdere la voce.

Vedere quindi un istruttore restare in silenzio, soprattutto dopo un errore commesso in campo, può risultare strano.

Qualcuno potrebbe pensare che quell’istruttore non sia competente.
Che non stia insegnando nulla.
O che non abbia voglia di correggere.
Vabbè, pazienza.

Non tutto si insegna parlando.
A volte si insegna anche lasciando spazio al bambino di capire da solo.

Se il bambino ha commesso un errore e riconosco che ha i mezzi per gestirlo autonomamente, perché devo parlare?

Se sa già cosa e perché ha sbagliato, e sa come rimediare, perché devo parlare?

Se ho bisogno di osservare per capire qual è la sua reazione a una situazione simile che potrebbe ripresentarsi poco dopo, perché devo parlare?

Se il bambino ha già capito cosa è successo e come rimediare, il silenzio dell’istruttore può diventare la miglior forma di fiducia.

:four: CASI LIMITE

La parte più difficile è capire quali sono i casi limite in cui il metodo induttivo o il silenzio non funzionano.
Anzi, in cui possono generare ulteriore stress nel bambino e peggiorare la situazione.

Ad esempio, durante una partita può capitare che un bambino entri in totale crisi e continui a commettere lo stesso errore, generando in sé molta frustrazione.

In quel caso, personalmente, mi do una priorità:
gestire l’emozione negativa del bambino, non l’apprendimento tecnico.

Quindi gli do direttamente la soluzione (stile direttivo) e cerco di aiutarlo in quel modo.

Ci sarà tempo, in un momento successivo e con meno tensione, per tornare su quegli errori e lavorarci attraverso il metodo induttivo, analizzandoli insieme.